jeu. Juil 2nd, 2026
Pogačar vs Vingegaard : le choc au sommet au Tour, à ne pas manquer avec un casting d’exception

«Atto quinto» per Tadej Pogačar contro Jonas Vingegaard. La resa dei conti, versione moderne, non passa dal palco: cette fois, elle s’écrit sur le bitume francese. Si il Tour 2021, conquistato dallo sloveno, può essere letto come un prologo — con il danese arrivato da “spalla” per poi finire protagonista — da lì la Grande Boucle ha preso forma come una sfida quasi cinematografica: due uomini, due squadre, lo stesso copione ripetuto con varianti e tensione. Nel 2022 la morsa dei due Visma, nel 2023 il bis di Vingegaard; poi nel 2024 il riscatto di Pogačar, dopo il suo primo Giro d’Italia, e lo scorso anno ancora conferme.

Per tutti gli altri, anche per nomi importanti, il ruolo è stato quello delle comparse: spesso presenti, raramente al centro dell’inquadratura. Non ha fatto eccezione neppure Remco Evenepoel, campione mondiale e olimpico, terzo nel 2024 ma staccato, così come Florian Lipowitz, arrivato sul podio nella precedente edizione ma lontano dalle posizioni che contano. I due si ripresenteranno insieme, con l’idea — per quanto la loro squadra Red Bull-Bora-Hansgrohe non sembri brillare nelle ultime corse a tappe — di provare a tendere imboscate ai due leader, sfruttando i momenti giusti e… quando le strategie “si incastrano” senza attrito.

Soprattutto, però, sabato scatterà la corsa con un nome che accende l’attenzione: il prodigio Paul Seixas. Ed è anche chiamato a interrompere un duopolio che in France sta diventando quasi un’abitudine. Per la cronaca, il digiuno transalpino in casa dura dal 1985, ultimo grande sigillo di Bernard Hinault. Seixas, 19 anni, non doveva nemmeno essere al via: inizialmente si parlava di crescita più graduale, ma tra le pressioni commerciali (corre per il team Decathlon Cma Cgm) e le prestazioni arrivate a raffica nella stagione, il piano è cambiato. Il ragazzo di Lione lo ha comunicato anche con un video: decisione presa, famiglia coinvolta, entusiasmo a piena potenza. Resta la domanda inevitabile: è davvero pronto per tre settimane contro chi vive di settimane intere? Lui prova a tenere alta la barra: «Spero di essere protagonista, ma soprattutto di divertirmi». Tradotto: ambizione sì, ma senza recitare troppo presto la parte del protagonista assoluto.

Il Tour partirà dalla Spagna, con una breve cronosquadre a Barcellona e arrivo sullo strappo di Montjuic. Stesso arrivo il giorno successivo, in una tappa pensata con muri e ritmo da classica. Poi, per ragioni geografiche, i Pirenei saranno più “leggeri” del solito: Aspin e Tourmalet si attenuano, con spazio a una scalata finale verso Gavarnie nella sesta frazione. Il momento clou arriva nell’ultimo fine settimana: prima un doppio appuntamento sull’Alpe d’Huez, preceduto da Croix de Fer e Galibier, quindi chiusura a Parigi con il tracciato più duro, segnato dal passaggio triplo — e decisamente suggestivo — da Montmartre.

Per le volate e per la maglia verde, il riferimento è Jasper Philipsen, con nel suo team anche Kaden Groves e Mathieu van der Poel. Sul suo passo potrebbero inserirsi Tim Merlier, Olav Kooij, Arnaud De Lie e Biniam Girmay. Occhio anche alle tappe dedicate ai più esplosivi: tra i possibili protagonisti ci sono Mads Pedersen. Per quanto riguarda la spedizione italiana, il nome chiave è Antonio Tiberi, supportato da Damiano Caruso nell’ultima Grande Boucle, con l’obiettivo di inserirsi tra i primi dieci della generale e provare qualche colpo da finisseur. Nel mirino anche le prestazioni “da guizzo” di Filippo Ganna (anche se la cronometro di Thonon-les-Bains potrebbe essere un passaggio complicato), Matteo Trentin o Davide Ballerini. Un’attenzione particolare va anche a Davide Piganzoli: chiamato all’ultimo dopo l’infortunio di Van Aert, potrà puntare a fare bene e a ritagliarsi un ruolo da gregario di supporto — almeno nelle intenzioni — dopo l’ottimo lavoro fatto al Giro.

Il danese arriva con la sicurezza maturata durante le tre settimane italiane, quelle che due anni fa lo avevano lanciato contro il suo eterno rivale. Pogačar, invece, torna da una primavera ancora più brillante delle precedenti, dopo un dominio convincente al Giro di Svizzera. Insomma: i due arrivano con le carte in regola per la grande battaglia, quella che definisce gli equilibri della loro rivalità. E, forse, una delle ultime occasioni — nel caldo delle strade francesi — per capire chi comanda davvero.

Points à retenir

  • La narrazione del Tour resta centrata su Pogačar e Vingegaard: per gli altri il compito è “essere lì”, senza però farsi sedurre dall’idea di controllare la gara.
  • Evenepoel e Lipowitz ripartono con una strategia di disturbo, ma la dinamica del gruppo non sempre coopera con i piani: nelle corse a tappe basta poco per cambiare tutto.
  • Paul Seixas parte con aspettative importanti: la sua prima esperienza di tre settimane sarà un test, più che una formalità.
  • Il tracciato mette insieme muri, Pirenei più accessibili del solito e una chiusura parigina “da ultima settimana”, quella in cui si decide davvero.
  • Per la maglia verde e le volate, Philipsen resta un riferimento: nel team non gli manca la concorrenza interna, segno che la corsa dei massimi velocisti può diventare affollata.
  • Tra gli italiani, l’obiettivo generale punta alto con Tiberi, mentre Ganna e altri possono sperare in giornate favorevoli (e nella fortuna, che almeno una volta deve pur farsi vedere).

Da giornalista, io lo guardo così: quando il Tour gira sempre attorno agli stessi due nomi, non è solo “duello”, è anche una specie di specchio della stagione. E allora ha senso chiedersi se Seixas saprà davvero incrinare l’equilibrio o se sarà la solita prova di coraggio. In ogni caso, io scommetto su una cosa: la corsa non finirà con l’ultima salita, ma con la discussione che lascia aperta—sulla preparazione, sul coraggio e su quanto conti scegliere il momento giusto. E sì, mi interessa pure il lato umano: perché quando si corre per vincere, si corre anche per dare un segnale. Un segnale che merita di essere letto, non soltanto inseguìto.

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